Cinque verbi greci per raccontare un uomo che ha fatto della cura un atto di visione

Ci sono parole che non si limitano a dire ma contengono un mondo. In greco, ὁράω significa “vedere”, eppure dietro quel verbo semplice si nasconde un intero viaggio dello sguardo. I Greci non concepivano il vedere come un gesto improvviso ma come un cammino.

Cinque tempi, cinque metamorfosi della visione, cinque modi di incontrare la realtà. E in ognuno di essi si può riconoscere qualcosa di Giovanni Scambia, l’uomo che ha insegnato agli occhi a pensare e al pensiero a diventare cura.

Nel presente di ὁράω c’è lo sguardo che si ferma, che osserva senza giudicare. È il momento della presenza, il tempo del qui e ora, dove il vedere coincide con l’ascoltare. Il suo sguardo sapeva restare, posarsi sui volti con rispetto, senza fretta, come chi sa che ogni persona è un mistero che merita attenzione. Nel suo modo di guardare non c’era distanza ma partecipazione. Non chiedeva parole perché bastava la presenza. Così insegnava che la cura comincia proprio da lì,dallo sguardo che riconosce e accoglie,perché la prima forma di guarigione è sentirsi visti.

Poi arriva εἶδον, il “vidi”. È il lampo dell’intuizione, l’istante in cui la realtà si apre di colpo come uno spiraglio nella notte.Aveva il dono di vedere prima di capire.Nei momenti decisivi, quando la vita chiedeva lucidità e coraggio,il suo sguardo precedeva il pensiero.Era l’intelligenza che nasce dal cuore, quella che non analizza soltanto ma riconosce.E in quel lampo, spesso, trovava la decisione giusta,quella che orienta, che salva, che restituisce senso.

Nel perfetto οἶδα, che letteralmente significa “ho visto” ma si traduce con “so”,abita la conoscenza che nasce dall’esperienza.È il sapere che resta, il frutto di ciò che si è visto e attraversato.E Giovanni aveva visto tanto, la vita e la morte, la paura e la rinascita, la fragilità e la speranza.Da ogni incontro traeva una lezione, da ogni dolore un significato, da ogni sorriso una ragione per continuare. Il suo sapere non era solo scienza,era conoscenza.

Poi c’è ὤφθην, “mi apparve”. È la forma passiva del vedere, la visione che si riceve.È la vita stessa che si mostra quando non siamo noi a cercarla ma lei a venirci incontro. A lui accadeva spesso.Riconosceva il sacro nelle piccole cose, in un gesto gentile, in un volto stanco, in una parola buona.Sapeva che la bellezza non si conquista, si accoglie.E quando la vita gli si rivelava, la restituiva al mondo con semplicità,come chi non trattiene la luce ma la lascia passare.

Infine c’è ὄψομαι, “vedrò”.Il verbo del futuro, della promessa, dell’eredità.È il vedere che continua, il filo che non si spezza.Perché chi ha incontrato Giovanni Scambia continua a vedere attraverso il suo sguardo.Nelle pazienti, nei colleghi, negli amici,il suo modo di guardare vive ancora come un cammino che non si interrompe.Ha lasciato a chi resta la capacità di riconoscere la luce anche quando sembra nascosta,perché la sua visione non finisce con gli occhi ma continua nei cuori.

E poi, come alla fine di un film, restano le immagini,resta l’impressione che qualcosa continui anche dopo la fine.Chi lo ha conosciuto sa che il suo sguardo non si dimentica.Era un modo di guardare che curava, che accoglieva, che restituiva dignità e bellezza. Ora quello sguardo vive nei gesti di chi lo ha incontrato,nelle parole che ha seminato, nelle scelte che continuano il suo cammino.Perché ci sono persone che non si spengono,continuano a vivere negli occhi di chi ha imparato da loro a guardare.

E nel silenzio che segue ogni grande storia
ci basta chiudere gli occhi
per sentirla ancora.